Sull’artista

giulianoGiuliano Ghelli, nato a Firenze nel 1944, era un artista praticamente ossessionato dal segno e dal colore, e certamente dalla pittura. Da giovane, fu impossibile indirizzarlo ad un’altra occupazione; ogni esperienze lavorativa finiva rappresentata in un quadro.

A sedici anni un cugino gli propose di presentarsi ad un concorso di pittura. Il primo premio che ne risultò lo divertì assai. Qualche anno dopo, l’aiuto del gallerista Marcello Secci gli permise di dipingere a tempo pieno. Cominciò a frequentare altri artisti, iniziarono mostre, viaggi, confronti.

Nel 1974, Ghelli pubblicò il piccolo volume “Il Portapaesaggi” con testi di Lara Vinca Masini, nota storica dell’arte contemporanea. Delle opere che esibii a Parigi lo stesso anno, Aldo Passoni, direttore della Galleria d’Arte Moderna di Torino, lodò “la segnaletica pop, il tratto volutamente ruvido, goffo, la dimensione narrativa”. Ghelli cominciò ad essere apprezzato nel nord Europa, e nel ’75 ebbe una piccola personale a New York. Nel ’75 e nel ’80 fu segnalato Bolaffi (come uno dei migliori 50 artisti italiani) dal critico Tommaso Paloscia.

Ma tra il 1980 e il 1982 la moglie, appena trentenne, si ammalò gravemente. Ghelli non smise di dipingere, e gli anni 80 lo videro dividere suo tempo tra il suo studio e cura della coniuge. Nei dipinti, a cui si aggiunsero anche acquerelli, si nota un sentore di surrealismo. Arriva la terza dimensione, i contorni diventano più nitidi e i titoli evocano temi di lontananza, rientro e domesticità. Ponti, buste, lettere ed altre rappresentazioni di connessione e dialogo appaiano con figure o unite o marcatamente separate nello spazio.

Nel 1990 Ghelli si affascinò dei testi e i disegni di Leonardo, i quali sono spesso riportati nei quadri del periodo 1990-96. Una personale al Castello Sforzesco di Milano nel ’92, accompagnata da un catalogo con testi dello storico Carlo Pedretti, bilanciò la perdita della moglie lo stesso anno.

Dai metà anni 90 in poi Ghelli convisse con una compagna che lo spinse a produrre e a proporsi più intensamente. Con il suo aiuto, Ghelli ebbe il sostegno di dirigenti e politici. Produsse numerose tele su commissione e le sue opere, con qualche eccezione, diventarono sempre più dense e controllate: il “tratto volutamente ruvido, goffo” commentato da Passoni negli anni 70 è poco in evidenza. Permane, invece, “la dimensione narrativa”.

Nel 2002, con il critico Maurizio Vanni e il supporto della Galleria Tornabuoni Ghelli pubblicò il catalogo “L’Eco del sogno”. Sempre con Vanni nel 2005 uscii la monografia “Le vie del tempo”. Il 2008 vide Ghelli ad inaugurare una personale all’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo, in contemporanea del lancio della Nuova Fiat 500 della quale realizzò un esemplare unico per beneficienza. Nello stesso anno partecipò con le sue opere al Festival Sete Sóis Sete Luas in Portogallo, Marocco, e Spagna. Poi nel 2012, sempre col Festival Sete Sóis Sete Luas, esibii in Portogallo e Francia.

Nel 2013 una mostra personale al Palazzo Panciatichi a Firenze, celebrando 50 anni di piena attività, rallegrò l’intero edificio storico per alcuni mesi. Lo stesso anno Ghelli fu riconosciuto con il Gonfalone Argento dal Consiglio Regionale della Toscana e col Onorificenza di Commendatore dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana” dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano.

Per la sua leggerezza, la sua generosità, e la sua “battuta sempre pronta”, Ghelli era particolarmente apprezzato nel paese toscano di San Casciano in Val di Pesa (dove per molti anni mantenne suo studio). Viaggiava spesso per le sue numerose mostre, anche all’estero, dal quale attingeva non solo incoraggiamenti, ma idee preziose per le sue opere. In Cina, a Xian, ammirò l’antico esercito di terracotta. Tornò a casa per crearne uno lui stesso, ma fu un esercito di pace: una quarantina di busti femminili decorati e lavorati a mano, che Ghelli aveva in mente di portare in Cina, come gesto di fraternità.

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